Descrizione Opera / Biografia
“La notte” é una fotografia (messa in scena) che nasce dall’esigenza di esplorare da vicino il concetto di spazio pubblico e spazio privato, con particolare attenzione al rapporto che si instaura tra noi e l’ospite all’interno di uno spazio condiviso.
Durante i miei studi relativi alla famiglia Medici, mi sono soffermato sul modo in cui il palazzo di famiglia divenne, nel corso del Primo Rinascimento, uno spazio collettivo in cui delegazioni provenienti da diverse parti del mondo venivano ospitate dalla stessa famiglia. Da questa osservazione nasce la mia curiosità nei confronti della capacità degli spazi di trasformarsi in contenitori in cui all’interno si svolgono varie situazioni, cercando al contempo di mettere in discussione il confine che separa lo spazio privato/ intimo da quello pubblico. In questa prospettiva, la soglia assume un ruolo centrale, configurandosi come uno spazio aperto e liminale in cui il corpo può attivare e generare azioni.
Il progetto prende inizialmente forma grazie alla possibilità di realizzare degli stampi a partire dai calchi originali di Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico, e di suo fratello Giuliano de’ Medici. La realizzazione di queste sculture mi ha condotto ad affrontare concettualmente una forma di convivenza volutamente ambigua e, per certi aspetti, grottesca, da cui nasce il mio bisogno di confrontarmi con il soggetto ospitato.
La serie “Not my House” ,di cui fa parte la fotografia “La Notte”, viene sviluppata attraverso uno studio meticoloso di alcuni spazi della mia abitazione e di diversi luoghi abbandonati, destinati a diventare spazi liminali. Ogni singola scena in cui i soggetti sono chiamati a performare viene progettata con attenzione, poiché l’intento è quello di lanciare verso il soggetto lo stampo della mandibola e suggerire, anche attraverso la percezione della gravità, l’idea di un incontro tra due entità differenti all’interno di uno spazio circoscritto.
L’incontro diventa così un’azione volta alla conoscenza dell’altro e alla possibilità di innescare, in uno stesso spazio, un’azione collettiva che invita a riflettere sul rapporto con l’alterità. Allo stesso tempo, questa dinamica richiama storicamente ciò che avveniva all’interno di Palazzo Medici, talvolta denominato Alberghetto proprio per la sua funzione di accoglienza.
La mia posizione, in quanto fotografo e scultore, consiste nel non presenziare direttamente all’interno della scena, ma piuttosto nell’innescarla attraverso il lancio di queste mandibole. Questo gesto rende ogni momento specifico irripetibile, anche a causa della distruzione di ogni stampo, ma al contempo lo trasforma in un’occasione di osservazione e di indagine concettuale su ciò che avviene tra due corpi in una fase transitoria e liminale.
-Biografia
Sebastiano Branca (Ragusa, 1997) indaga nella propria ricerca artistica la relazione tra corpo e spazio, esplorando le potenzialità di connessione che si instaurano tra l’individuo e l’ambiente circostante. La dimensione temporale in relazione allo spazio e l’interazione dei corpi in contesti specifici costituiscono due aspetti fondamentali della sua pratica. Gli interventi che scaturiscono dai progetti generano spesso atmosfere sospese e oniriche, nelle quali il corpo si confronta con le molteplici stratificazioni della realtà.
La sua pratica si sviluppa attraverso l’utilizzo di linguaggi differenti — tra cui fotografia, scultura, installazione, disegno e performance — impiegati come strumenti ausiliari per studiare, costruire e articolare varie riflessioni che si estendono a dinamiche della dimensione collettiva e sociale.
Al centro della ricerca si colloca l’indagine sul corpo e sulle sue possibilità di relazione e interfaccia con lo spazio. Inteso come entità in costante trasformazione, il corpo diventa per l’artista un dispositivo attraverso cui restituire la fluidità dell’esperienza umana e le sue incongruenze.