Descrizione Opera / Biografia
Nino Bruno, in arte “ninobruno” nasce a Reggio Calabria, città dove ancora vive e lavora. Dal 1985 svolge la professione di Ingegnere, dedicandosi in particolare alla progettazione strutturale. Parallelamente coltiva la passione per l’arte e nello specifico per la scultura, unendo questi interessi alla professione di docente di discipline scientifiche per un lungo periodo proprio presso il Liceo Artistico cittadino.
Quotidianamente e nelle sue riflessive passeggiate, recupera materiale ferroso, ligneo e pietroso che poi, grazie alla creatività, diventano ‘sculturine’. Come afferma Giovanni Crotti, divulgatore d’arte, “la sua arte è profondamente intima, l’uomo/artista preferisce assorbire le stratificazioni storiche e gli elementi della natura, rielaborandoli con un linguaggio assolutamente personale (nel doppio senso di ‘privato’ e di ‘appartenente a lui’).
L’artista Nino Bruno rivendica una purezza estetica incondizionata. Le sue sculturine, così le ama definire, vanno osservate senza fermarsi al fenomeno esteriore: la parte più interessante risiede nel nucleo nascosto della realtà. Perché, exterior velat interior revelat.”
Nelle sue opere il soggetto primario abbraccia il surrealismo e la metafisica: l’espressività non è immediatamente riconoscibile. Attorno alla materia l’artista crea un mondo di immagini, storie e allegorie e quindi, conseguentemente, l’intero universo dei propri valori simbolici.
L’opera candidata al Premio Combat Prize 2026 ha per titolo “pastore berbero” ed è realizzata in ferro interamente di riciclo. Trattandosi pur sempre di opera astratta, in essa è possibile individuare la testa di un uomo coperta da una bendatura che ne costituisce una protezione dalle sferzate di sabbia (qui proposte dalla barra curvilinea sottostante), e dalle radiazioni solari del deserto. Il colore scuro del ferro testimonia più la carnagione del protagonista piuttosto che del tessuto in uso.
La ghironda è uno strumento di origini remote, il cui suono è alquanto struggente e melodioso, spesso in passato utilizzata dai ciechi per chiedere l’elemosina agli angoli delle strade di Francia. Nell’omonima opera, la forma piatta della cassa armonica con un legno nobile, si riconoscono la manovella che muove il tamburo interno e dei tondini che ne simboleggiano il tastierino.
’nero migrante’ è dedicata ai suoi amici Tito, medico volontario dell’ospedale, e Nunziella, missionari a Kalongo (Uganda). Raffigura l’inquietudine e le paure di chi cerca un universo meno ostile di quello da cui scappa. L’artista ritrova tutto questo nelle ellissi scavate su un volto, ellissi di pietra nera che ha recuperato sul greto di un torrente.
’abbandonarsi’ è il titolo della quarta scultura, anch’essa creata da materiale interamente di riciclo. Da dei profili in ferro abbandonati in aperta campagna, laddove un tempo avevano svolto la mansione di dissodare la terra, nasce l’idea per una nuova figura d’arte. In essa ciò che mi preme non è il racconto, e ancora meno la descrizione dell’atto che si consuma, piuttosto quanto intenso, consensuale e reciproco è il dono di sé, che qui sta avvenendo. In questa fase storica di inatteso riemergere del predominio di genere, che sovente viene conseguito con atti rapinosi e unilaterali, che scavano solo tracce indelebili di profondo dolore, quest’opera vuole essere indice di come profondo, intenso e costruttivo sia un legame che ha a fondamento la ricerca di una gioiosa e parallela intimità.