OPERA IN CONCORSO | Sezione Pittura

 | Capo Giuseppe si arrende

Capo Giuseppe si arrende
acrilico e olio, tavola
70x50 cm

Mattiasalvatore Valentino

nato/a a Catanzaro
residenza di lavoro/studio: Venezia, ITALIA


iscritto/a dal 10 apr 2026


Under 35


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Descrizione Opera / Biografia


Dal discorso di Tuono-che-viaggia-sulle-montagne (noto anche come Capo Giuseppe dal nome dato a suo padre da un missionario) pubblicato in origine nel 1879 su «The North American Review»:
”Dapprima il nostro popolo non si lamentò. Pensavamo che ci fosse abbastanza posto perché tutti potessimo vivere in pace, e stavamo imparando dall’ uomo bianco molte cose che sembravano buone. Ma presto ci rendemmo conto che gli uomini bianchi stavano rapidamente diventando ricchi e sempre più avidi di possedere tutto ciò che gli indiani avevano. Mio padre fu il primo a comprendere i progetti dell’ uomo bianco e mise in guardia la sua tribù dal commerciare con loro. Nutriva forti sospetti nei confronti di uomini che sembravano tanto ansiosi di fare soldi. Io ero un ragazzo, ma ricordo bene la cautela di mio padre. I suoi occhi vedevano più lontano di quelli degli altri.”
Capo Giuseppe è rimasto famoso per essere riuscito a resistere a lungo contro eserciti numerosi e ben armati, mandati a sottomettere il suo popolo. Nonostante molte ingiustizie sopportate il saggio capo fece di tutto per evitare la guerra, purtroppo non ci riuscì.
Le sue parole lo testimoniano:
”Durante il consiglio il generale Howard mi informò, con fare sprezzante, che ci avrebbe concesso trenta giorni per tornare a casa, raccogliere le nostre cose e trasferirci nella riserva, dicendo -Se non sarete qui per quella data, ne trarrò la conclusione che volete combattere, e vi manderò i miei soldati-
Io dissi -La guerra può essere evitata e dovrebbe essere evitata. Io non voglio la guerra. Il mio popolo è sempre stato amico dell’ uomo bianco. Perché avete tanta fretta? Non possiamo farcela in trenta giorni. Il nostro bestiame è sparpagliato e lo Snake River è in piena. Aspettiamo l’ autunno, quando le acque si saranno abbassate. Abbiamo bisogno di tempo per raccogliere le nostre cose e fare provviste per l’ inverno.-
Howard ribatté -Se farete passare un solo giorno ci penseranno i soldati a portarvi nella riserva, e il vostro bestiame e i vostri cavalli rimasti al di fuori della riserva cadranno nelle mani dell’ uomo bianco-
Io sapevo che non avevo mai venduto il mio paese e che non avevo terra a Lapwai (la riserva), ma non volevo spargimento di sangue. Non volevo che la mia gente fosse uccisa. Non volevo che nessuno fosse ucciso. Alcuni dei miei uomini erano stati assassinati da uomini bianchi e gli assassini bianchi non erano mai stati puniti. Lo dissi al generale, e ripetei che non volevo la guerra...Dissi con tutto il cuore che alla guerra preferivo rinunziare al mio paese e alla tomba di mio padre. Avrei rinunziato a qualsiasi cosa purché le mani del mio popolo non si macchiassero del sangue dei bianchi. Il generale Howard rifiutò di concedermi più di trenta giorni per spostare la mia gente con le sue cose e il suo bestiame. Sono sicuro che cominciò subito i preparativi per la guerra...I miei amici bianchi mi hanno addossato la responsabilità della guerra, ma la responsabilità non è mia. Quando i miei giovani hanno cominciato a uccidere, il mio cuore ne fu trafitto. Eppure avrei ancora portato il mio popolo nella terra dei bufali senza combattere, se fosse stato possibile. Non riuscivo a vedere altra via per evitare la guerra. Ci recammo a White Bird Creek, a sedici miglia di distanza, e ci accampammo la, con l’ intenzione di raccogliere il nostro bestiame prima di partire; ma i soldati ci attaccarono e fu combattuta la prima battaglia.”
La guerra dei Nasi Forati ebbe inizio con la battaglia di cui sopra si narra, si consumò nel 1877 e finì con la resa degli indiani a pochi chilometri dal confine canadese, che volevano attraversare per sperare di congiungersi al campo di Toro Seduto.
Con pochi guerrieri rimasti e con i superstiti della sua gente affamati e infreddoliti, ”Joseph” avrebbe ancora lottato e infine sarebbe forse riuscito a raggiungere il Canada, ma le parole di pace e le promesse di un altro generale inviatogli contro (il generale Miles) lo convinsero ad arrendersi chiamando a testimone il sole e dicendo : ”Io non voglio più combattere.”
Troppo sangue era stato versato, troppa fatica e troppi morti innocenti avevano già segnato la tragica fuga. Un capo disgustato dalla guerra, un capo che non aveva mai voluto la guerra; dopo essere stato portato allo scontro da coloro i quali conoscevano solo il linguaggio delle armi e del sopruso; era stato chiamato a compiere l’ atto più coraggioso della sua vita.
La resa di Capo Giuseppe è forse la più emblematica della storia, poiché non è stata una resa maturata solo dagli inaffidabili accordi, è stata una resa dettata perlopiù dal di dentro. Un uomo che voleva solo smettere di veder soffrire il suo popolo.
Non bisogna arrendersi mai, si dice.
Oggi, come all’ epoca di Capo Giuseppe, sembra valere ancora la legge del più forte. Possiamo vincere contro l’ odio distaccandoci da esso? È difficile dirlo.
Sicuramente c’ è chi ora nel mondo è stanco e non vuole più combattere.