Descrizione Opera / Biografia
Emporium (2025) è un’opera video che nasce da un’indagine sui magazzini e sulle cantine del Porto di Livorno, spazi un tempo destinati allo stoccaggio e al commercio delle merci, oggi svuotati e inaccessibili. L’opera esplora in particolare il mondo sotterraneo delle cantine, mettendolo in dialogo con la duplice natura storica dei Magazzini: la dimensione inferiore dedicata alla vendita e quella superiore riservata alla conservazione dei beni. Questi luoghi, concepiti come infrastrutture funzionali al flusso delle merci, diventano il punto di partenza per una riflessione più ampia sul tempo, sulla memoria e sulla stratificazione delle immagini.
Un aspetto centrale della ricerca riguarda la natura eterogenea degli oggetti che popolavano questi spazi: beni di prima necessità come tessuti e generi alimentari convivevano con materiali di provenienza ignota, tra cui mummie e sarcofagi egizi. A partire da questa singolare coesistenza, l’artista costruisce un archivio visivo composto da litografie e stampe storiche della città, riprese dei canali livornesi e immagini contemporanee. Le fonti bidimensionali vengono fotografate, isolate nei dettagli e successivamente trasformate in visualizzazioni tridimensionali attraverso Meshy, un software basato su intelligenza artificiale che ricrea in modo approssimativo le forme, reinventandone texture e volumi.
Questo processo di manipolazione non si limita a rendere tangibili soggetti e superfici marginali, ma produce un cortocircuito temporale: elementi contemporanei, come uno screenshot di telefono, assumono un’apparenza arcaica, mentre frammenti del passato sembrano acquisire una nuova presenza materiale. Per restituire la congestione tipica degli spazi di stoccaggio, l’artista opta per una saturazione visiva dello schermo, sovrapponendo filmati, oggetti digitali e continui zoom sui dettagli. Ne deriva una sensazione di compressione e soffocamento che si contrappone allo stato attuale dei magazzini, ormai vuoti.
Emporium genera così una temporalità fittizia, in cui passato, presente e un passato immaginato si intrecciano, dando forma a immagini che sembrano appartenere a una memoria mai del tutto esaurita. L’opera è stata realizzata nell’ambito del progetto Into the Flow, organizzata da Fondazione Livorno Arte e Cultura.
Linda Ann Cipriani, laureata alla Oxford Brookes University in Fine Art e Film studies è un’artista multidisciplinare. La sua pratica nasce da un approccio empirico e processuale e si colloca all’intersezione tra sperimentazione materica, processi digitali e installazione spaziale immersiva. Il lavoro prende forma attraverso la rielaborazione continua dei materiali, spesso riciclati o trovati, combinando elementi fisici e digitali e osservandone i comportamenti instabili e imprevedibili come parte integrante del processo creativo. Ricerca e sperimentazione dei materiali sono intese come strumenti fondamentali di pensiero oltre che di produzione.
Cipriani realizza principalmente installazioni site-specific e ambienti pittorici espansi, in cui oggetti, pittura, elementi video e dispositivi tecnologici si intrecciano in un unico sistema visivo e spaziale. Questi lavori pongono lo spettatore in una condizione di tensione tra presenza corporea e dimensione virtuale, mettendo al centro l’esperienza percettiva e la relazione tra spazio, corpo e immagine.
Attraverso stratificazioni, interferenze visive, glitch e fallimenti intenzionali, l’artista interroga lo statuto dell’immagine, della pittura e della superficie nell’era digitale, all’interno di un contesto ipervisivo caratterizzato dalla sovrapproduzione di immagini e governato da infrastrutture tecnologiche e sistemi algoritmici spesso invisibili. Concetti come interruzione, gioco e fallimento diventano strumenti critici per tradurre questa condizione in forme fisiche, tattili e ambientali, ponendo la materialità al centro della pratica.
Dispositivi e software non sono intesi come strumenti neutri, ma come sistemi culturali da osservare criticamente e da mettere in discussione, rendendone visibili limiti, fragilità e implicazioni politiche, materiali e percettive.
Un aspetto che sente particolarmente affine al suo modo di lavorare è l’attenzione rivolta ai territori e ai luoghi al di fuori dei circuiti artistici più consolidati. Lavorare in contesti specifici di un dato territorio e spazio offre la possibilità di sviluppare una pratica attenta alle stratificazioni storiche, produttive e sociali dei luoghi, mettendo in relazione opera, spazio e comunità.
Attualmente artista in residenza presso Textile Art Factory di Lottozero (Prato), dopo essere stata selezionata per un programma di ricerca e produzione della durata di sei mesi, iniziato a Febbraio 2026.