OPERA IN CONCORSO | Sezione Pittura

 | Canovaccio con fuga

Canovaccio con fuga
pittura ad olio su canovaccio usato, elaborazione ai stampata su istantanea (fuji instax square) con cornice in alcantara,
60x60 cm

Diego Randazzo

nato/a a Milano
residenza di lavoro/studio: Belluno, ITALIA


iscritto/a dal 14 apr 2026

http://www.diegorandazzo.com


visualizzazioni: 32

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Altre opere

 | Canovaccio con fuga (dettaglio)

Canovaccio con fuga (dettaglio)
pittura ad olio su canovaccio usato, elaborazione ai stampata su istantanea (fuji instax square) con cornice in alcantara,
60x60 cm

 | Canovaccio con fuga (dettaglio)

Canovaccio con fuga (dettaglio)
pittura ad olio su canovaccio usato, elaborazione ai stampata su istantanea (fuji instax square) con cornice in alcantara,
60x60 cm

 | Canovaccio con fuga (dettaglio Istantanea)

Canovaccio con fuga (dettaglio Istantanea)
elaborazione ai stampata su istantanea (fuji instax square) con cornice in alcantara,
8x7 cm

Descrizione Opera / Biografia


Partiamo da due citazioni che possono formulare un’introduzione al lavoro:
‘’Io posso continuare a vivere questa mia vita perché ho una dote che nessuno ha. E’ così in me esasperata è così in me eccellente, questa dote è la mia grande falsità.’’ Carmelo Bene, dal film ‘Il principe cestinato’ di Carlo Rafele, 1976.
‘’[…] c’è sempre un imperativo, quando abbiamo a che fare con l’animalità, un comando, una condanna: stai fermo, stai fermo, altrimenti vengo lì e ti acchiappo. E anche questa volta l’ha acchiappato. In questo senso la caccia, più che una originaria pulsione alimentare o, nei nostri tempi, sportiva, è in realtà il vero precursore della fotografia, l’ante-cedente inconscio e camuffato dell’insopprimibile desiderio umano di fermare gli animali, di farli stare immobili, di trasformarli, appunto, in statue di carne e sangue. Sparare a un animale per fermare il tempo, e quindi la morte, per trasformarlo in una statua senza tempo, in un’immagine.’’ dal libro ‘A come Animale. Voci per un bestiario dei sentimenti’, Felice Cimatti, Bompiani, 2015
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Un lavoro che si sviluppa a partire da un canovaccio (straccio). Dispositivo depositario di varie materie come fluidi, liquidi, sporco, umidità, unto, colore ma contestualmente testimone di memorie, gesti reiterati e rituali. Un canovaccio che è stato usato ripetutamente per pulire i pennelli intrisi di pittura ad olio e diluenti vari. Sono stratificazioni che diventano opera ed il supporto stesso dell’opera. Al lavoro pittorico si accompagna un’istantanea, che dialoga per affinità visive e concettuali con il canovaccio dipinto. Così il tema della caccia alle anatre si espande dalla pittura al fotografico, attraverso uno slancio di natura temporale e immaginifica che rimembra la finzione filmica.
La referenza iconografica figurativa più vicina a questi lavori è l’espediente narratologico della Mise en abyme. Ovvero, come in un gioco di specchi, il soggetto principale si autoriflette, come se l’arte guardasse se stessa in un rapporto intimo ed autoriferito.
La natura metalinguistica della ricerca, risulta così palesemente dichiarata ed esplicita, ma l’inganno mediatico è dietro l’angolo e si sostanzia in raffinati escamotage che ricordano, in prima battuta, la raffinata tecnica del trompe-l’oeil.
Bio
Diego Randazzo (Milano 1984) vive tra Milano e Belluno. Consegue la maturità al Liceo Artistico di Brera e si laurea in Scienze dei Beni Culturali con una tesi in ‘Istituzioni di regia’ presso l’Università degli Studi di Milano. Il suo lavoro, articolato su diversi media, è concentrato su alcuni dei principali temi della cultura visuale. Finalista in svariati premi d’Arte contemporanea (The Gifer Festival, Premio Cramum, Arte Laguna, Combat Prize, Premio Ora, Arteam Cup) nel 2023 si aggiudica il primo premio dell’Yicca art prize e riceve la Menzione della Giura al Talent Prize di Insideart Magazine. Nel 2024 la sua installazione #KIDS, tributo alla tragedia dei Piccoli Martiri di Gorla e opera permanente di Casa della Memoria di Milano, rientra nel progetto di mappatura dell’Arte Pubblica realizzata dal Mudec di Milano.Incomincia a lavorare sulle problematiche degli algoritmi già nel 2020 con il progetto ‘Immagini Simili’ – presso la Galleria ADD-art, per la cura di Bianca Trevisan – fino ad oggi, attraverso lo studio dell’Ai come strumento di ricerca visiva ed indagine sociale.
 
 
Da sempre incuriosito e appassionato di immagini e di immagini in movimento, il mio approccio negli anni si è precisato in una visione non etichettabile, perché è proprio il situarsi ai confini delle categorie (discipline/linguaggi) la qualità per cui si distingue. Ma in un mondo fatto di nomenclature, classificazioni e generi posso cercare di definire i miei interessi nei seguenti filoni:
- I linguaggi (cinema, pittura, fotografia) e la loro sovversione, spesso denunciandone l’inafferrabilità, la corruttibilità, la trasversalità. Mi pongo sempre all’interno di una riflessione teorica e tecnica sul loro statuto.
- La finzione, il falso, l’enigma, il subliminale ed il non detto in una ricerca raffinata di racconto non lineare, fatto di dettagli e sineddoche.
- La comparazione e le affinità tra Immagini di natura diversa (letteraria, cinematografica, pittorica e fotografica) spesso accostate a formare gruppi e moltitudini.
- Lo scavo nella memoria, intesa sia come memoria collettiva (raccontata attraverso testimonianze come nell’opera #KIDS a Casa della Memoria di Milano) che come archivio di memorie intime e personali.
- Il gioco, inteso come gioco tra linguaggi, tra immagine e parola (l’uso di frasi e citazioni creati con l’Ai) e tra immagini accostate che fanno intuire un intreccio ironico e giocoso.
- La tecnologia e tutto l’apparato tecnologico sempre legato ad uno sviluppo ed una concezione analogica.
- Il tempo: che si sostanzia attraverso una riflessione profonda sull’immagine in movimento, nell’idea di sequenza e di concatenazioni di eventi e soggetti disparati.