OPERA IN CONCORSO | Sezione Pittura

 | Ciaccerata... a Nizza

Ciaccerata... a Nizza
mista, cotone, lino, seta
135x165

dap d_Alfonso Perla

nato/a a Roma
residenza di lavoro/studio: Roma, ITALIA


iscritto/a dal 16 mar 2021

http://www.artedelsabir.com


visualizzazioni: 41

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Descrizione Opera / Biografia


L’opera è composta da 3 pannelli ciascuno fissato su cantinella fornita di due attaccaglie, da posizionare affiancati. ”Ciaccerata... a Nizza” nasce da un’ulteriore elaborazione del linguaggio pittorico del duo artistico dap – d’Alfonso, Perla: il Sabìr. Linguaggio così denominato in riferimento all’idioma usato anticamente nel Mediterraneo. Il Sabìr è un insieme unitario composto da diverse stoffe, vissute e ormai dismesse, dipinte con colori appositamente studiati. I frammenti dei tessuti rimasti dai Sabìr, raccolti lungo il cammino, sono combinati con spirito giocoso nella Ciaccerata... chiacchiere tra le vie, confidenze sull’uscio di casa, grida dai mercati, bisbiglii borbottii sussurri… una polifonia di voci e di suoni corre sul Mediterraneo e intreccia da sempre il destino delle sue genti. Un mosaico policromo che racconta i legami tra i venticinque paesi che si affacciano sulle sue acque.
Luigia d’Alfonso e Ada Perla, dopo aver seguito percorsi individuali tesi a sviluppare un personale processo creativo, decidono nel 2002 di condividere un laboratorio, e la quotidianità del rapporto le ha stimolate ad affrontare insieme una nuova avventura: un progetto a quattro mani. Il dialogo, terreno fecondo del loro lavoro, ha dato forma a una
costruzione concettuale la cui origine è nel cognome che le lega, Perla, coniugale per l’una e familiare per l’altra. La ricerca sulla perla, con studi e letture sul significato simbolico nelle diverse culture e civiltà, sulla mitologia, sulla vita biologica, ha messo in contatto le rispettive esperienze estetiche ed esistenziali. L’immagine è lentamente mutata da elemento esogeno a suggestione interiore e ha aperto il canale per una nuova comunicazione. L’osmosi tra le due individualità, generata da queste nuove rotte, ha permesso alle autrici di approdare a un linguaggio comune, il Sabìr. Tele lacerate, dipinte e ricomposte su garze leggere. Eppure, robuste tanto da poter resistere a un lungo viaggio, sufficientemente forti da tessere un racconto che attraversa il Mediterraneo. Una trama di segni, di fili, di stratificazioni, ricrea mediante il colore il dialogo polifonico tra le culture che vi si affacciano. Scelto in riferimento all’idioma di mediazione un tempo parlato nei porti del Mare nostrum, il Sabìr era una lingua libera, non scritta, continuamente reinventata; una lingua frammentaria, rimescolata, rattoppata. Il dialogo, la capacità di scambio, la voglia di arrivare lontano è propria delle genti che popolano le sponde di questo mare millenario, un tempo avvicinate da un idioma comune e oggi divise da differenze culturali apparentemente insormontabili. Ma la volontà di comunicare ha il potere di ridar voce al Sabìr, lingua universale. Il modus operandi del binomio artistico dap non prevede bozzetti preparatori ma approfondimenti tematici individuali che confluiscono, attraverso il dialogo e il confronto, in un comune e unico linguaggio visivo, espresso concretamente nel lavoro a quattro mani. La sperimentazione di diverse tecniche pittoriche, delicato e impegnativo passaggio, è stata fondamentale per raggiungere la sintonia espressiva tra le artiste e realizzare una corrispondenza tra concetto e linguaggio. La stratificazione pittorica su stoffe dismesse che conservano lo spessore temporale dell’esperienza, parte da una accurata scelta dei colori. La speciale tecnica “mista” sviluppata, che ben si accorda con il concetto di una “narrazione orale” visiva, è fondamentale nella fase di stesura del colore: l’assorbimento è immediato e questo implica, non solo il fascino di una raffigurazione intenzionale, ma anche l’accettazione di ogni singolo tratto di pennello involontario di cui la stoffa si appropria come avesse un’anima anche lei.
Nell’affrontare il panno bianco, una silenziosa empatia si instaura attraverso la pittura accordando i timbri diversi in un unico racconto, il “canovaccio”. Un racconto compiuto ma aperto che condurrà poi al successivo, a volte senza soluzione di continuità, altre in contrasto, a volte per magia. La composizione organica del Sabìr e al contempo la valorizzazione dei singoli canovacci, richiedono uno studio articolato e complesso che viaggia parallelamente all’azione pittorica. Dal tavolo al pavimento al muro, l’opera e le artiste spaziano nella continua verifica della storia che si dipana, e che svelerà la sua forma solo con il lavoro di legatura. Il lungo e delicato montaggio, è effettuato con garze impalpabili, a integrare il vuoto lasciato dalle “parole mancanti”. Se i Sabìr sono le trame del discorso principale, i Totem sono parole rimaste sospese. Lacerti di tessuti dipinti volutamente lasciati a margine, ricomposti poeticamente e ritmicamente, rifacendosi al gioco di allitterazioni e di slittamenti semantici propri della filastrocca. Nella tradizione italiana la filastrocca (fila la seta) è molto radicata e rievoca un mondo dove anziane sapienti e guaritrici le affidano un valore rituale dal potere magico e apotropaico.