Premio Combat Prize

Alessandra Alampi - Premio Combat Prize

OPERA IN CONCORSO | Sezione Scultura/Installazione

 | Riempimento di un mezzo vuoto

Riempimento di un mezzo vuoto
ferro, filo da pesca, rami
320x220x220

Alessandra Alampi

nato/a a Chivasso
residenza di lavoro/studio: Chivasso, ITALIA


iscritto/a dal 04 mag 2019


Under 35


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Descrizione Opera / Biografia


Quando un ramo, una vena, un capello capovolto; quando il sangue viene fatto circolare al contrario; quando il funzionamento degli organismi viventi, e in particolare le modalità attraverso le quali il corpo riesce a mantenere la stabilità dell’ambiente interno, esso non cerca nè quest’ultimo nè la scienza, ma una forma di opposizione all’implacabile destino delle leggi di deterioramento. Quando la sospensione addolcisce, senza fare sembrare gli stessi appesi, vittime. Quando questo si capovolge su un soffitto che rifrange e moltiplica, che rende la luce a spicchi di forza, ecco che cammina di nuovo, trema, suona e la mattina gocciola. Ho suonato il campanello ed era già aperto, forse non abbiamo neanche suonato ma l’ idea della compagnia di un suono che mi introduce, a quest’ora, in un perimetro-scheletro, mi alleggerisce. Guardare capovolti come dal foro di un tronco? Se ricordo la mia gioventù vedo questo. Mille cascate di alberi che non possono danzare se gli uccelli del paradiso cantano. Centinaia di abitazioni chimeriche mai sfitte che non sanno a chi appartenere. Abiti rimastiad asciugare per fasi. Quando sarà di nuovo ora di dire casa? Se lo scheletro luminoso fa forza ad altri corpi ormai seccati, si può dire che questi siano vivi?
Io a processo, ora pubblico, ora privato, invitata da me stessa. Sul banco dei testimoni prima, su quello degli imputati poi, sono chiamata a lavorare ed ad analizzare tutte le prove di un immaginario soggettivo, collettivo, fisico, visivo, memoriale, onirico contro di me ed a mio favore. Rimasto appeso ad asciugare, ne conosco l’esistenza, non pronta a dire che ne sono al corrente della sostanza. In quest’ultima interna, con un atto di smantellamento invasivo, ho fatto si che di queste scatole cinesi non rimanga altro che lo scheletro; e ora che si sono aperte le indagini può essere cautamente esplorato, con una luce che sia delicata come quella di un lume.
Che, in un ambiente tutto nero qualcosa può bruciarsi, proprio come nello sviluppo maldestro di una fotografia rovinarsi. Fare in modo che nulla venga inquinato per la troppa foga e che non venga concesso il beneficio del dubbio, perché non sideve dare troppo nell’occhio nell’intimo di un corpo.
Cercare la confidenza con tutte le azioni-operazioni umane esterne, che una volta o cinque furono protagoniste assolute e spettatori non paganti dentro la salma.
Ora, tolte le pareti-sipario rimango comunque un’ospite di me stessa, con un senso criminale poiché tutto funziona in sè e per sè e nella profondità di una parte che non è muscolare nè ossea, irraggiungibile con un intervento.
In un gioco quasi visionario mi sono fatta una credenza dove ho lasciato dei contenitori ermetici, con due dita di acqua e cinque respiri dentro ad annacquare considerazioni, coltivarle, farle marcire, cancellarne le tracce dalla faccia di tutti i mondi. E da quest’ultimo lavoro mi aspetto che gli apici dei miei rami restino. E appesi suonino.