OPERA IN CONCORSO | Sezione Fotografia

 | The black paradise 4

The black paradise 4
cianotipia, tela di cotone
180 x 90 cm

Alessandra Sarritzu

nato/a a Cagliari
residenza di lavoro/studio: Bologna, ITALIA


iscritto/a dal 30 apr 2021


Under 35

https://cargocollective.com/alessandrasarritzu


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cianotipa, tela di cotone
120 x 80 cm

Descrizione Opera / Biografia


The black paradise 4, 2020
L’opera nasce con l’intento di creare una riflessione sull’ambivalenza che alcuni luoghi suscitano: le isole, per esempio, rappresentano nell’immaginario comune dei luoghi utopici, privi di drammi e di ansie, in cui lontani dal resto del mondo possiamo concentrarci solo su ciò che per noi è importante. Luoghi che evocano immagini, storie e desideri, e che appaiono come un approdo pacifico, un rifugio o una meta desiderata ma che svelano anche drammatici avvenimenti, parlano infatti di morti, di malformazioni e di violenza. Si tratta di terre che le grandi nazioni della storia hanno individuato come colonie da poter sfuttare e martoriare e in cui poter violare i diritti internazionali e innescare catastrofi ecologiche. Come quelle piccole isole del Pacifico, anche la Sardegna, è stata scelta dagli Stati Uniti come luogo per condurre test missilistici, sperimentare la potenza di armi tecnologicamente avanzate e per lo smaltimento di bombe e munizioni obsolete.
Al termine della seconda guerra mondiale, dal 1947 al 1954 circa, in Italia e soprattutto in Sardegna nacquero numerose basi militari; nelle basi militari presenti sull’isola operano eserciti di tutto il mondo, in particolare dei Paesi Nato, in cui avvengono le sperimentazioni delle armi italiane e straniere che verrano usate nei vari scenari di guerra. Una presenza internazionale che vede la Sardegna, al centro del Mediterraneo, come un contesto perfetto per la guerra simulata. Sono oltre 35 mila gli ettari di territorio sardo sotto vincolo di servitù militare: il poligono interforze del salto di Quirra, il poligono di Teulada e il poligono di Capo Frasca. In occasione delle esercitazioni viene interdetto alla navigazione, alla pesca e alla sosta, uno specchio di mare di oltre 20 mila chilometri quadrati, una superficie quasi pari all’estensione dell’intera Sardegna. Una terra che presenta oltre il 60% delle servitù totali della nazione, lacerata dal passaggio di migliaia di carri armati e dai bombardamenti che hanno devastato il paesaggio, incendiando i boschi, distruggendo le testimonianze e i reperti archeologici di epoca nuragica, scavando centinaia di crateri in gran parte del territorio occupato. Una storia di inquinamento mortale, di una terribile cappa di silenzio e di omertà.
Il progetto si sofferma anche sul concetto di antropocene e di biodiversità. In quello che era un tempo una terra incontaminata compare un elemento straniante, traccia artificiale apportata dall’uomo, lasciando un segno tra i diversi ecosistemi in cui coesistono le specie animali e vegetali. Uno stato di decadimento del paesaggio circostante in cui gli esseri umani hanno assunto un ruolo fondamentale nel determinare e influenzare i processi biologici e atmosferici sulla terra. Le immagini innescano così un’altra posizione di ambivalenza: bossoli, ferro, missili, proiettili, rottami dei bersagli e carcasse che arrugginiranno per secoli sul fondale marino costituiscono una fonte da cui nascono dei micro-ecosistemi. In Sardegna, come nelle altre isole scelte dagli Stati Uniti come luogo per numerosi test militari, restano numerose cicatrici poste a deturpare il territorio e l’animo di chi in quei posti ci è nato, cresciuto o ha semplicemente scelto di viverci. A emergere è una serie di immagini dal carattere pittorico, in cui da un lato si potranno scorgere dei frammenti di naturale bellezza come quelli appartenenti a uno scenario idilliaco di isola dalla spiaggia bianca e dalle acque cristalline, dall’altra comprenderà al suo interno degli elementi “intrusi”, suscitando una sorta di trauma e una nota di amarezza. La bellezza si fonderà dunque con i resti radioattivi che fanno ormai parte di quel paesaggio, creando così un paradiso nero.
(Alcune delle immagini originali provengono dal film Balentes-I coraggiosi di Lisa Camillo e dall’archivio fotografico di Salvatore Sardu, successivamte rielaborate da Alessandra Sarritzu)
Bio
Cagliari, 1991. Attualmente vive e lavora tra Bologna e la Sardegna. Si laurea in Decorazione Arte e Ambiente e in Pittura-Arti Visive all’Accademia di Belle Arti di Bologna dopo un periodo di studio all’Università Politecnica di Valencia.
Co-fonda SottoSuolo, artist-run space (Bologna) e fa parte del collettivo Transhumanza, che nasce dall’esigenza di creare una connessione tra la ricerca artistica contemporanea e le zone rurali della Sardegna.
La sua ricerca parte spesso da stimoli autobiografici e si concentra su tematiche legate alla formazione dell’identità individuale e sociale, al concetto di memoria, al senso di appartenenza a un determinato luogo e al rapporto tra arte, natura e società, utilizzando un approccio caratterizzato da una forte componente intimistica che si estende alla collettività.
Le sue opere nascono spesso dal recupero di materiale d’archivio, personale o esterno, e si sviluppano attraverso vari linguaggi come la fotografia, il suono e le installazioni.