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OPERA IN CONCORSO  Sezione Fotografia

Giovanni Guadagnoli | Mimesis: declinazione 28
vedi ad alta risoluzione

Mimesis: declinazione 28
fotografia digitale, carta canson arches velin museum rag
100x70

Giovanni Guadagnoli

nato/a a Sulmona

residenza di lavoro/studio: Milano (ITALIA)

iscritto/a dal 05 mag 2015

http://www.giovanniguadagnoli.it

Altre opere

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Mimesis: declinazione 22
fotografia digitale, carta canson arches velin museum rag
100x70

Giovanni Guadagnoli | Mimesis: declinazione 34

vedi ad alta risoluzione

Mimesis: declinazione 34
fotografia digitale, carta canson arches velin museum rag
100x70

Giovanni Guadagnoli | Mimesis: declinazione 19

vedi ad alta risoluzione

Mimesis: declinazione 19
fotografia digitale, carta canson arches velin museum rag
100x70

Descrizione Opera / Biografia


MIMESIS:DECLINAZIONE Pensare le immagini di Giovanni Guadagnoli significa pensare, attraverso il vedere, la sostanziale infondatezza e incertezza della nostra esperienza della realtà e, dunque, anche di una Natura che non può più essere intesa in modo univoco. Una constatazione questa che però, nel lavoro di Guadagnoli, perde la connotazione negativa e dolorosa che aveva assunto nelle opere degli artisti della Crisi (come quelli del movimento espressionista), per i quali l’arte era fedele al manifestarsi della natura unicamente là dove raccontava il paesaggio esprimendone la negatività. Piuttosto, su questa consapevolezza dell’inafferrabilità della verità a partire dalle apparenze fenomeniche, si innesca in Guadagnoli una differente strategia della “visione” fotografica che rinuncia consapevolmente al rispecchiamento mimetico, a farsi traccia di una realtà dove sia il soggetto sia il referente risultano ormai dislocati e incerti. Egli non si limita a rivelare come la bellezza di un paesaggio fotografato sia solo ingannevolmente vicina alla natura. La sua è infatti una pratica positiva che interroga il fare fotografico e lavora producendo strati di densità, nuove declinazioni e dislocazioni. Consapevole che il genius loci non è più riconoscibile, né afferrabile a partire dalle sue apparenze fenomeniche, Guadagnoli mette in discussione dall’interno le capacità “veritative” della fotografia. Noi ci muoviamo in un mondo di parvenze, dove la realtà è sempre costruita dalla percezione. Di conseguenza, quando la fotografia vuole presentarsi come traccia del mondo che ci circonda, ecco che quel che produce risulta essere solo un falso effetto di realtà. In sintonia con l’arte contemporanea, l’autore abolisce dunque quanto della rappresentazione forniva un supporto all’idealizzazione di un fare fondato sulla mimesi delle cose (col loro presupposto di verità) e sull’espressione degli stati d’animo (con il loro presupposto di un Io-realtà capace di un’esperienza autenticamente interpretativa). “Una concezione ‘realistica’ dell’immagine traduce una concezione obiettivata della realtà, ed entrambe traducono sempre un io = io” – scrive il filosofo Paolo Gambazzi (1). Dunque come uscire, con la fotografia, da questa logica obiettivante dove l’opera si limita a riprodurre e a rappresentare? Guadagnoli sceglie di trasformare le sue opere in manifestazioni (e non in copie) sul bordo tra realtà e immagine. Esse mostrano un paesaggio sereno, affascinante e misterioso, ma non lo rappresentano davvero. Ogni sua immagine è infatti una messa in dubbio radicale della rappresentazione a partire dalla rappresentazione stessa, e della fotografia a partire dall’interno della fotografia stessa. Somiglianza e funzionamento rappresentativo non vengono negati, ma messi in uno stato di sospensione e di dubbio che trasforma le sue immagini in qualcosa di inquieto e affascinante, instabile e attraversato da una profondità inesauribile. Schönberg, a proposito della propria pittura, amava dire: “io dipingo un quadro, non una sedia” – e con questa frase intendeva sottolineare che l’oggetto della sua opera è l’opera stessa, non ciò che rappresenta. Nella stessa direzione si muove Guadagnoli quando realizza le sue immagini sovrapponendo scatti diversi, fino a creare una sorta di ultra-paesaggio che non rappresenta più una località precisa, ma che tuttavia evoca il fascino di grandiosi scenari naturali. Simili a fotografie post-pittorialiste, con tocchi di colore che a volte ricordano la pittura impressionista, e a volte sembrano simulare stesure con i pastelli a cera, le sue immagini catturano l’attenzione con loro bellezza inesprimibile. Ma hanno anche qualcosa di evanescente e misterioso che rende inafferrabile quanto egli ci mostra. È come se, all’interno delle sue fotografie-opera, fosse presente una faglia, una spaziatura, che le situa tra la visibilità e qualcos’altro che trascende la natura e ne spezza l’unità. E in tali scenari esistenti-inesistenti la presenza dell’uomo risulta sempre attonita, incerta, come quella di un ospite di passaggio destinato forse a scomparire. Così, dietro un’apparenza romantica le sue opere sono, tutto all’opposto, anti-romantiche: la voce della natura non riecheggia più nell’uomo, Dio è morto, e l’uomo non ritrova più nella natura né i segni della sua onnipotenza, né un’atmosfera di mistero che lo avvicini a una dimensione ultraterrena. Tutto sfugge alla presa dello sguardo, tutto appare impenetrabile. Ciò che rimane sono solo le tracce di notazioni scritte al margine delle immagini: frammenti di numeri e lettere intraducibili, tratte da diari e fogli ritrovati dall’autore. La fotografia, con il suo portato rappresentativo, si dissolve “tra” le immagini, lasciandoci in uno stato di incertezza rispetto a quanto realmente visto. Eppure, grazie a queste scritte un po’ esoteriche, non si assiste a un semplice svuotamento rappresentativo: tenaci ed enigmatiche esse ci ricordano la presenza dell’uomo, la sua caducità ma anche l’importanza della memoria. (Gigliola Foschi)
Giovanni Guadagnoli si è laureato in Lettere e Filosofia presso La Sapienza di Roma. Si interessa di ricerca fotografica da più di tre decenni e diversi sono gli ambiti a cui ha dedicato la sua attenzione: dal ritratto al nudo, dalla fotografia pubblicitaria (tre campagne per Giorgio Armani) alla rappresentazione della città e del paesaggio. Il suo interesse primario è concentrato, però, sull’analisi dei profondi turbamenti che minano il concetto di “vero” e sulla conseguente destabilizzazione che investe i codici della rappresentazione fotografica. I suoi lavori sono stati esposti in numerose mostre, in Italia e all’estero, sia personali che collettive; le ultime, in ordine di tempo, sono “Paris Photofever”, a Parigi, in dicembre 2014, e “The Grass Grows”, a Basilea, nel giugno 2014. Nel numero 59 di “Gente di fotografia” (Settembre 2014), viene pubblicato un suo portfolio sulla ricerca “Mimesis: declinazione”, a cura di Gigliola Foschi.