Premio Combat Prize

Mauro Panichella - Premio Combat Prize

OPERA IN CONCORSO | Sezione Scultura/Installazione

 | Fulgur (44°19’38.9”N 8°30’16.3”E)

Fulgur (44°19’38.9”N 8°30’16.3”E)
osso di capodoglio, luce al neon, legno
140x100x150 cm

Mauro Panichella

nato/a a Genova
residenza di lavoro/studio: Albissola Marina, ITALIA


iscritto/a dal 14 apr 2017


Under 35

http://www.mauropanichella.it


visualizzazioni: 464

SHARE THIS

Descrizione Opera / Biografia


Ad Albissola, il paese dove sono cresciuto, gli stabilimenti balneari iniziano a mettere in ordine i locali per l’arrivo della stagione estiva già alle soglie della primavera.
La spiaggia in questo periodo è spoglia dagli ombrelloni e dall’edificazione estiva, gli stabili impacchettati per l’inverno e pronti per essere scartati all’arrivo del primo caldo sembrano scheletri di cemento.
Un pomeriggio di febbraio, passeggiando sulla spiaggia vidi un enorme osso appoggiato sopra un bancale. Dato che si trovava sulla spiaggia ho supposto che si trattasse dell’osso di un grosso animale marino, così mi mossi immediatamente per fare in modo di ottenere più informazioni possibili a riguardo. Dopo qualche giorno contattai i gestori dello stabilimento e conobbi Gianni Abbriata, il pescatore titolare dei bagni. Anni fa, durante un’immersione a largo di Savona, Gianni aveva individuato la carcassa di una balena sul fondale del Mar Ligure e ne aveva recuperato alcune ossa. Mi raccontò di aver provato con fatica a sbiancare e a eliminare tutto il grasso dall’osso più grande, prima facendolo bollire, poi bagnandolo con acqua ossigenata e infine verniciandolo ripetutamente con della tinta bianca alla nitro. Nonostante i vari tentativi di pulizia, l’enorme osso (circa 70 kg di peso), continuava ad annerirsi e a puzzare a causa delle grande quantità di grasso presente al suo interno.
Il 18 Marzo 2016 avanzai a Gianni la proposta di conservare il grande osso nel mio studio e gli manifestai l’intenzione di utilizzarlo per realizzare un’ opera. Gli promisi che il giorno che avessi trovato un luogo dove esporlo l’avrei avvisato. Stilai un documento per certificare la cessione, Gianni accolse la mia richiesta e mi affidò, oltre all’osso grande, anche otto costole e una vertebra più piccola.
Una volta in studio ebbi modo, con calma, di valutare il da farsi e iniziai a svolgere delle ricerche. Decisi di sistemare l’osso al sole, vicino a un formicaio. Con difficoltà tolsi lo spesso strato di vernice alla nitro per agevolare gli insetti nell’operazione di pulizia. Dopo
alcuni confronti mi resi conto che quella che avevo fino ad allora considerato come una vertebra, in realtà era un cranio. Il cranio di un capodoglio.
La testa del capodoglio è molto pronunciata perchè contiene un organo fondamentale: l’organo dello spermaceti (da qui il nome inglese “sperm-whale”). Grazie al peso specifico dello spermaceti, sostanza oleosa presente nell’organo omonimo (da qui il nome italiano capo-d’olio), esso si può immergere sino a grandi profondità. Il capodoglio è l’animale più grande presente negli abissi. La raccolta dello spermaceti fu il principale motivo della persecuzione dei capodogli da parte dei balenieri. “Tale sostanza veniva e viene tuttora
ricercata per una grande varietà di applicazioni commerciali, come olio per orologi, fluido per trasmissioni automatiche, lubrificante per lenti fotografiche ed altri strumenti ad alta precisione, in cosmetica, come additivo negli oli per motori, come fonte di glicerina, come
composto anti-ruggine, detergente, fibra chimica, nella preparazione di vitamine e di più di 70 composti farmaceutici. (Wikipedia)”
Si pensa che gli esemplari maschi di capodoglio utilizzino la testa anche come arma di difesa durante gli scontri con i calamari colossali. La tragedia della nave Essex, affondata all’inizio dell’800 da un capodoglio è stata trasformata in mito da Herman Melville nel celebre romanzo “Moby Dick”. Il Mar Ligure è compreso in un quadrilatero di Mar Mediterraneo protetto, il cosiddetto “santuario dei cetacei”. La storia della persecuzione dei capodogli ha a che fare con la storia dell’uomo e con la sua antica necessità di vivere lontano dall’oscurità. La luce è ciò che dà senso al nostro apparato visivo. Fisiologicamente parlando, la presenza degli occhi nell’anatomia umana è giustificata dall’esistenza della luce; Goethe diceva: “Se l’occhio non fosse solare, come potremmo vedere la luce?”. Nel mio lavoro è molto importante lo studio del mezzo, dello strumento attraverso il quale si crea. Dopo la scoperta della luce elettrica, finalmente l’uomo poteva vedere attraverso l’oscurità con un mezzo che non fosse effimero e che non comportasse la ricerca dello spermaceti, o l’utilizzo del petrolio.
Solo nella lingua italiana esiste una parola che mette in relazione la balena e l’elettricità. Tale parola significa “fulmine” ma è anche sinonimo del manifestarsi improvviso di un evento straordinario, come la schiena di una balena che compare sul filo dell’acqua. Questaparola è “baleno”
FULGUR (44°19’38.9”N 8°30’16.3”E) è il frutto dell’operazione di ricerca descritta nelle righe precedenti. Il reperto osseo si presenta in stretta relazione con la sorgente luminosa, un “bastone luminoso”, che ho deciso di appoggiare sulla cresta del cranio, proprio dove i balenieri cercavano di puntare l’arpione. Si può pensare a Fulgur come ad una superflua meridiana orizzontale, disutile alla misurazione del tempo e dello spazio.
Ri-trovarsi (di Antonio d’Avossa)
Pablo Picasso, ma era l’altro secolo, lo aveva detto con chiarezza e determinazione: “Io non cerco, trovo!”.
Da quel secolo la pittura, la scultura ed infine la fotografia hanno subito torsioni ed espansioni, aperture, chiusure e riflessioni al punto tale da immettere all’interno delle pratiche artistiche ogni forma di narrazione e di anti-narrazione allo stesso tempo.
In particolare la presenza degli oggetti a partire da Marcel Duchamp e dai suoi primi ready-made (Ruota di bicicletta, 1913 e Scolabottiglie, 1914) non si è più fermata.
Oggetti trovati, acquistati, manipolati, assemblati, aiutati, fotografati, contaminati, aumentati e diminuiti, sproporzionati, parlati, narrati, movimentati, virtualizzati, disegnati, usati, scartati, impacchettati, interpretati, svuotati, presentati, rappresentati, suonati, ripescati, eccetera, eccetera, hanno preso tutto il campo dei generi tradizionali,
voglio dire la pittura e la scultura, e hanno raggiunto forme narrative estremamente sofisticate nella loro articolazione e nella loro decostruzione. Una elencazione di artisti, movimenti e tecniche invaderebbe questo testo, anche soltanto dire per campionature significherebbe non raggiungere il vastissimo obiettivo della presenza
dell’arte in tutte le sequenze della vita contemporanea.
Mauro Panichella, forte delle grandi lezioni che la storia dell’arte recente ci ha offerto, non esita a produrre narrazioni rinvianti a mitologie delle forme animali, in particolari acquatiche e marine. Attraverso un sofisticato procedimento tecnologico ci fa ri-vedere la sostanza delle forme e la superficie delle materie. Era già accaduto tre anni fa con la serie di lavori titolati Light Flow Threshold.
Dico ri-vedere perché di norma abbiamo già visto tutte queste forme nella sostanza e nella superficie, e in questo senso mi riferisco anche ai generi, e cioè alla superficie (pittura), al volume (scultura) e alla rappresentazione (fotografia), e tuttavia non li abbiamo mai visti così bene o attraverso queste visioni o punti di vista. E sino a questo punto ci troviamo in quell’orizzonte dell’apparire del visto e del ri-visto, come in un fantastico deja-vu, come in un viaggio che ci permette di ritornare indietro ai punti fermi dell’arte e della creatività. Ma non è proprio o solo così.
In realtà Mauro Panichella, appropriandosi di questa organicità visiva, coniuga alterazioni di ricordi a mnemoniche diffuse ed archetipali, e questa volta con il suo ri-trovamento riesce a mettere in moto l’intero sistema visivo della superficie e della sostanza e riesce a coniugarlo con la narrazione reale e con la narrazione mitologica o letteraria. Insomma in questo ri-trovamento c’è tutto, ma proprio tutto. C’è il racconto, che ci riporta al Moby Dick di Herman Melville e a Pinocchio di Carlo Collodi, c’è il pescatore che forse ci ricorda De
André, c’è la forma bianca che ci ricorda il marmo statuario, c’è la forma organica che ci ricorda le straordinarie forme di Henry Moore, c’è un io narrante con cui si identifica l’autore, c’è la condizione dell’estrema precarietà della vita umana e animale, in particolare di
quella marina, c’è la realtà del nostro vivere quotidiano e del nostro singolare morire, c’è la rappresentazione, l’interpretazione e la presentazione di questa forma e superficie, infine c’è una forma di collaborazione organica alla realizzazione dell’opera, per mezzo di un vero e proprio cleaning naturale, offerto dal laborioso e organizzato aiuto delle formiche, che con le api e le termiti sono gli esseri animali più socialmente organizzati della terra, insieme agli uomini evidentemente.
Ma c’è dell’altro in questa organizzata articolazione dell’opera. E questo altro ha a che fare con il resto di un corpo animale, con la sua vita e con la sua morte. E dunque ha a che fare con una condizione umana che antropologicamente e mitologicamente ci riporta al
ventre femminile che ci ha accolti al nostro principio e cominciamento da esseri viventi: è la Grande Madre ad essere rappresentata attraverso questa forma organica.
Ed ecco che l’interpretazione insieme alla rappresentazione ed alla presentazione diventa formula ventrale di nuova parola, di nuovo ri-trovarsi. Come in un sogno o in una tragedia del mare. Tra Edipo e il capitano Achab, si dispone di traverso Pinocchio tutto di legno, è il
caso di ricordare che Edipo era zoppo e che il capitano Achab ha una gamba ottenuta da una mascella di capodoglio ma sempre illustrata come una gamba di legno?
Si dice che Jacques Lacan davanti all’Origine du Monde di Gustave Courbet, è l’altro altro secolo, avesse detto: “E’ di qui che si esce, è di qui che si entra.” Alludendo non alla sessualità soltanto ma a quel rapporto tra la vita e la morte che ci accompagna da milioni di anni e che i grandi cetacei hanno sempre rappresentato simbolicamente.
Infine c’è l’esposizione, che Mauro Panichella ha disposto in forma di narrazione e presentazione, prima di tutto. Voglio dire disponendo il reperto come un segno muto e portante linguaggio al medesimo tempo, cioè parlante e visivamente a metafora di una parte per il
tutto, quella che non vediamo, o quella parte che non vogliamo vedere, quella che ci accompagna dal nostro mattino alla nostra sera, quando tutto si fa buio, e riprendiamo quella posizione, spesso fetale, per ri-entrare nel grande sonno della vita e nel grande sogno dell’arte. Un grande sogno, sempre fulminante e illuminante: Fulgur.
Biografia
Il lavoro di Mauro Panichella è una continua ricerca di dialogo tra il mondo reale e quello virtuale e si manifesta con una forte relazione tra natura e tecnologia.
I suoi soggetti sono anatomie animali, molluschi, crostacei, insetti, ossa, fossili, gusci che lui trova e conserva per attuare un processo di archiviazione e documentazione utilizzando uno scanner come apparecchio fotografico.
Lo spirito di questa ricerca è un grande progetto in divenire, nel quale entra in gioco ogni situazione naturale, come in un flusso, che si spinge sino all’interpretazione simbolica attraverso videoinstallazioni, linee di luce e meccanismi elettromeccanici.
Ha partecipato a diverse esposizioni collettive e personali in Italia, Francia, Slovacchia, Spagna, Ungheria, Portogallo e Austria.
Nel 2010 partecipa al progetto di residenza della Jeune Creation Européenne di Parigi e nel 2011 inizia a lavorare con Unimediamodern Contemporary Art, dove, grazie all’interesse di Caterina Gualco, si avvicina al mondo Fluxus.
Ha lavorato con lo J.e.m.a. Museum e collaborato con numerosi artisti tra cui Cesare Viel, Ben Patterson, Eric Andersen, Antonello Ruggieri, Mauro Ghiglione, Philip Corner e Ben Vautier. Con quest’ultimo nel 2014 realizza il progetto Benandmauro.it.
Nel 2015 espone al Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce di Genova e nello stesso anno è ospite in residenza presso la Emily Harvey Foundation di Venezia.