Premio Combat Prize

Giacomo Becatti - Premio Combat Prize

OPERA IN CONCORSO | Sezione Grafica

 | Asylum I (Aesthetics)

Asylum I (Aesthetics)
mixed media (digital artwork, printed papers, collage),
80x60 (variable size)

Giacomo Becatti

nato/a a Siena
residenza di lavoro/studio: Siena, ITALIA


iscritto/a dal 13 apr 2017


Under 35


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Asylum II (Lineage)
mixed media (digital artwork, printed papers, collage),
120x80 (variable size)

Descrizione Opera / Biografia


La mia formazione non è avvenuta in un ambito propriamente artistico. Dopo un diploma in informatica ho proseguito i miei studi nel campo dell’antropologia e dell’etnopsicologia. Conduco un’attività di scrittura e di “archiviazione” continuata e abituale, per necessità sia professionali che personali – ma non ho mai resistito alle possibilità po(i)etiche e comunicative di altri strumenti e materiali che ho incontrato (pittura, assemblaggio, recycled art, performance,…).
Recentemente ho scoperto e cominciato a maneggiare da autodidatta le tecniche del photo-editing, profittando della sua espressività come un’alternativa e ulteriore modalità cognitiva.
Mi auspico che le mie creazioni mantengano le apparenze di assemblaggi grezzi, mentre la manipolazione digitale delinea o altera i dettagli necessari a conferire un implicito senso di geometria, o di continuità tra le immagini che faccio incontrare. Preferisco che il lavoro sui pixel rimanga invisibile. Ciò che continua ad affascinarmi di più della ‘vita’ digitale e del web è la quantità potenzialmente infinita di fonti e risorse immaginifiche – generativa di altre risorse costituite dalle loro ennesime selezioni e composizioni – piuttosto che la loro “qualità” o solitaria espressività.
I miei lavori attuali nascono come appunti o riassunti delle mie ricerche: quindi, sono tutti work in progress. La serie ‘Asylum/Trajectories’ è sorta come mappatura di destini migratori, percorsi e ipotesi, o come le pagine da sfogliare di un giornale senza parole, ma denso di segni e simboli. All’origine della serie ‘Asylum’ vi è invece una riflessione sulle retoriche politiche, culturali ed estetiche che orientano la nostra percezione e rappresentazione dell’esperienza migratoria – dell’“Alterità in movimento”. Avrei dovuto inizialmente comporre il mio discorso in forma scritta, ma ho infine deciso che esso sarebbe stato altrettanto visivo del suo principale oggetto di studio.
Questi lavori muovono anche dalla personale urgenza di superare una forma esclusivamente verbale di comprensione e comunicazione. Durante gli ultimo anni ho lavorato in vari contesti (specialmente a Torino) procurando supporto legale e psicologico a migranti, richiedenti asilo e vittime di tortura; collaboravo anche con i loro avvocati, psicologi o psichiatri. Di fatto vivevo anche nei “loro” quartieri.
Il rapporto stretto e continuato con i migranti mi ha consentito di accedere a un’altra cronaca della loro “avventura”, o speranza, o fuga o dramma – come tale esperienza è spesso intercambiabilmente definita. Spesso queste storie erano ancora non “mediate”, né mediatizzate: non erano ancora tradotte secondo i nostri canoni sia estetici che politici – così, per esempio, descrivevano spesso la sensazione di continua sconfitta e costante sofferenza nei termini apparentemente irrazionali della “stregoneria” o della punizione demoniaca (o divina). Soprattutto, queste storie mi parlavano in ogni linguaggio possibile, “sopravvissuto”, di una salvezza o una pace non trovate nemmeno con la fuga dai luoghi geografici dei “demoni” della miseria e/o dell’orrore.
Con l’accostamento, a volte l’apparente corto-circuito, di immaginari diversi costruisco una comunicazione i cui nessi non siano del tutto chiari, maneggiabili: cerco di compromettere la certezza di una comprensione “immediata e totale”. L’informazione è ridotta all’osso, come del resto accade anche nell’arena mediatica: ma secondo altri legami e metafore. I ritagli che ho raccolto, rintracciandoli su Internet o scansionandoli dai giornali, sono fermi immagine di ciò che accade sulla nostra sponda di mondo – e sono gli stessi che popolano le nostre piattaforme informative. Ma la loro selezione e ricombinazione seguono altri legami e metafore. Feticci, reliquie o esotici “fantasmi” sembrano inseguire, a volte frammentare, la narrazione – sfidare o invitare l’esercizio della conoscenza e della comprensione. Queste immagini provengono da uno straniero (e un tempo lontano) Altrove, e sono i vessilli di una presuntamente radicale Alterità. Questi elementi aggiuntivi li propongo come linguaggi altri o ulteriori di elaborazione e comprensibilità della condizione politica, sociale, spesso fatale di violenza e spossessamento. Non sono codici “autentici” o “ancestrali”, dato che si applicano a forme di oppressione moderne e nuove. Cerco di arrangiare una sorta di “mitologia moderna”: una visione enigmatica, ma significativa ed emozionale, che riassuma e descriva le varie storie, i loro sviluppi o le loro conclusioni.
La dimensione condivisa, sociale (“votiva”) dei simbolismi e delle culture visuali mi ispira anche il futuro dei miei lavori: non penso che essi abbiano un’esistenza esclusivamente virtuale e bidimensionale. Penso alle mie creazioni come a delle immagini nel senso di “icone”, disponibili per un ri-uso o una ri-apparizione in altri luoghi, superfici e occasioni – condizionate e completate di volta in volta dal contesto, dalla necessità e dalla volontà.